#100 – Cosa penso del futuro del ciclismo (e di BICITV)

Jeff Bezos, il fondatore di Amazon, dice: “Bisogna essere testardi nella visione e flessibili nei dettagli”, ed è davvero così.
E poi c’è un detto zen che dice: “Kyakka shoko”.
Letteralmente vuol dire: “Prenditi cura dei tuoi piedi”.
Come a dire, che il primo passo è il prendersi cura di sé stessi nelle attività ordinarie, come – appunto – il prendersi cura dei piedi.
E pure la tradizione greca – il fondamento quindi della nostra cultura e società – si è imperniata per secoli su quel maestoso “Conosci te stesso” che ha somiglianze con il detto precedente.

Ma cosa c’entra il ciclismo con la filosofia greca, lo zen e Amazon? C’entra.
C’entra.
C’entra perché viviamo in un paradosso (che espliciterò alla fine di questo post).
Viviamo in un mondo in cui la velocità delle innovazioni è impressionante.
Realtà virtuali, intelligenze artificiali, blockchain e bitcoin cominciano a diventare parole di uso comune sulla bocca di tutti.
Parole che incideranno nella vita concreta di tutti noi, è evidente.

Di fronte a questo mondo così rapido nelle evoluzioni tecnologiche e sociali la mia prima reazione è quasi sempre quella di sentire il bisogno (se non il dovere) di sapermi adattare il prima possibile per non esserne “tagliato fuori”.
Dovendo portare avanti una realtà come BICITV che nasce e si nutre all’interno di una tecnologia – quella del web – è quasi inevitabile che istintivamente la prima reazione è il voler sempre reinventare, rivoluzionare, adattare il prodotto editoriale ai tempi che cambiano con la voglia di anticipare sempre.

Primi in Italia a portare i video 360° nel ciclismo, primi ad aver puntato sulle dirette streaming su Facebook, primi ad aver fatto uno streaming su Instagram durante i BICITV Awards, primi a voler sottolineare la dimensione umana e imperfetta in un mondo sempre più dominato da algoritmi e intelligenze artificiali.
Insomma, c’è sempre la voglia di fare bene per soddisfare gli appassionati di ciclismo più giovani.
Una voglia che spesso si tramuta in ossessione.
Un’ossessione a voler perfezionare sempre il tutto e a tener fede al nostro motto: “Non siamo perfetti, ma proviamo a migliorarci ogni giorno” cercando di fare nostre tutte quelle pratiche kaizen volte al “continuo miglioramento” la cui filosofia dei “marginal gains” adottata poi dal Team Sky ne è parente stretta.

Ma poi è arrivato questo 2017.
Un anno molto complicato a livello personale dove un episodio – la caduta di Claudia Cretti – mi ha colpito in un modo talmente profondo che mi sono arrivati tantissimi dubbi sulla bontà del mio lavoro da divulgatore del ciclismo.

A inizio stagione avevo incominciato con grande grinta e grande carica.
Come BICITV, avevamo messo il naso per la prima volta nel mondo amatoriale collaborando alla promozione di una granfondo (e ha funzionato: più di 1000 iscritti alla prima edizione della Granfondo Milano), avevamo unito ancora di più il movimento giovanile grazie al rafforzamento del gruppo BICITV Video e Ordini d’arrivo con l’obiettivo di unire gli appassionati di tutta Italia e avevamo messo in calendario la terza edizione del BICITV Awards.

Ma, come dicevo, l’episodio di Claudia Cretti mi ha fatto sorgere moltissime domande sulla natura del mio lavoro.
Domande che si possono riassumere in un’unica macro-domanda: “Ma è corretto promuovere la passione per uno sport dove ci si può fare davvero tanto male?”.
E poi, “Davvero, Valerio, stai raccontando ai ragazzi quanto questo sport può essere pericoloso?”.
“Lo stai facendo nel modo corretto o stai annacquando tutto nascondendoti dietro la parola Passione?”.

Odio la parola Passione.
Una di quelle tipiche parole che va vissuta, ma non nominata.
Come la parola Bellezza.

Ebbene, sono andato in crisi, nel senso etimologico del termine.
C’erano delle scelte da fare per il futuro.
Scelte di tipo editoriale, soprattutto.
Mi sentivo in colpa perché, per la prima volta, si era insinuato nel mio cuore il dubbio.
Forse promuovere il ciclismo è una cosa negativa.
Forse il ciclismo è una cosa che fa il male dei ragazzi, e non il loro bene.

Ma poi è successo qualcosa.
Una ragazza di nome Julia mi ha aiutato. Così, casualmente.
Durante una chat in cui mi spingeva nell’andare avanti a promuovere il ciclismo, mi ha scritto una frase che diceva così: “Tutto può essere raccontato, tutto deve essere raccontato, sia le cose belle, sia le cose brutte”.

“Tutto può essere raccontato”…
Non so esattamente perché, ma continuavo a ripetermi nella mente queste parole e, ripetendole, mi sentivo meno in colpa.
Pian piano sentivo quanto fossero importanti le mie angosce.
Quanto il “narrar correttamente” sia importante al di là della condivisione o meno del punto di vista dell’oggetto narrato.

No, ad oggi – dicembre 2018 – probabilmente non consiglierei a nessun ragazzo di fare ciclismo, a meno che sia animato da una passione personale fortissima. Perché è troppo pericoloso.
Ma ciò nonostante, esplicitato il mio punto di vista, questo non mi preclude il fatto di non poter raccontare il mondo del ciclismo, perché, come diceva Julia, “tutto può essere raccontato”.
Anche se non sei completamente allineato con ciò che racconti.

Ed ecco che i miei dubbi si sono pian piano riconfigurati, ridimensionati, come se un nuovo paradigma si fosse insinuato nella mia mente.
Da appassionato di ciclismo, non avevo mai valutato l’eventualità che questa mia passione potesse diventare più flebile.
Davo per scontato il mio comune punto di vista con quello del mio pubblico.
Ma invece “tutto può essere raccontato”.
Anche qualcosa che non condividi.

La vita funziona così.
Un episodio, una parola, la persona giusta al momento giusto. Io devo ringraziare questa “Julia” sconosciuta.
Senza la sua frase “Tutto può essere raccontato” non so quali sarebbero potute essere essere le mie decisioni da quel luglio.

Pensavo a questo, mentre camminavo sulle sponde del lago a Riva del Garda, quando con Manuel Malfer si incominciava a progettare la stagione 2018.
Continuavo a ripensare a Julia, a quanto mi avesse aiutato il parlare con lei.
E poi riflettevo sul fatto che questa Julia non l’avrei conosciuta se non grazie ai social.

I social – e il web in generale – sono uno strumento di conoscenza, pensavo.
Attraverso il confronto con un’altra persona, ho imparato qualcosa.

Imparare, imparare, imparare…

Continuavo a ripetermi questa parola nella sua versione inglese, “Learn”.
Camminavo e mi ripetevo la parola “Learn”.
Learn, learn, learn.
Valerio, impara, mi dicevo. Impara e migliora.

Learn, improve, learn, improve, learn, improve. Impara e migliora.
Non sono un fanatico della programmazione neurolinguistica, ma so quanto una giusta parola ripetuta più volte nella propria mente faccia sgorgare poi dei comportamenti affini. O semplicemente, a creare il mood giusto per sé stessi.

Learn, improve, learn, improve.
E poi, un flash. Una visione.
Il pezzo di ragionamento mancante.

Uno degli approcci nella mia vita personale di fronte ad un problema o a un episodio brutto è chiedersi quale insegnamento si celi dietro un dato avvenimento.
“Cosa posso imparare da questo?” mi chiedo.
All’improvviso, ho ripensato a Claudia Cretti. Che cosa posso imparare da quell’episodio? Nello specifico credo che occorra migliorare lo stile di comunicazione quando si racconta questo sport ai bambini.
Bisogna comunicare che il ciclismo è uno sport adrenalinico, ma anche pericoloso, e raccontare sia il fascino di questo e sia dare tutte le informazioni per una migliore sicurezza.
Come accade nello sci, nel motociclismo, negli sport estremi. In un modo che – ahimé – attualmente BICITV non fa.

Stavo camminando e ho pensato: “Ma perché non tramutare l’intero paradigma editoriale di BICITV?”.
BICITV deve evolversi da sito news a strumento utile per migliorare il ciclismo.
Uno strumento con il quale la gente può conoscere (learn) per poi migliorarsi (improve).

Wow, mi sono detto.
Pensa che bello.
Dopotutto, questo è quanto in parte già facciamo per il ciclismo giovanile, perché ne abbiamo migliorato la comunicazione e la coesione.
O per il ciclismo femminile, anche: in fondo, gli unici filmati esistenti delle giovani campionesse italiane (Pirrone, Paternoster, Balsamo, etc.) sono stati realizzati da BICITV.

Ma, un secondo dopo, mi sono detto: “Valerio, sei uno scemo”.
Perché non hai né le conoscenze, né le abilità, né le esperienze per poter fare diventare BICITV uno strumento del genere.
BICITV non è fatta da esperti. BICITV non è perfetta.
Pensare di poter insegnare sarebbe da presuntuosi.

Accidenti.
Learn, improve, learn, improve, learn, improve.
Continuavo a camminare.
Mi è venuta in mente quella frase del bluesman B.B.King che avevo letto da ragazzo nella sua autobiografia “Il blues intorno a me”. In quel libro ad un certo punto B.B.King diceva qualcosa del tipo: “Quando non sai qualcosa, chiedila a qualcuno che la sa”.

Già.
Io non sono un esperto di ciclismo, è vero.
Ci sono decine e decine di professionisti migliori di me.
Stando a B.B.King, quando non si sa qualcosa occorre chiedere a qualcuno che la sa.
Beh, quindi dovrei incontrare tante persone. Fare tante domande. Chiedere con la voglia di imparare. Un po’ socratica, come cosa. Carina.
L’idea mi piaceva.
Studiare mi è sempre piaciuto, voler capire è molto più adatto a me rispetto che al raccontare o – peggio – all’esprimere un’opinione.

Wow.
Mentre camminavo ripetevo sempre come un mantra “Learn, improve, learn, improve”.
“Meet”.
Ecco la parola che mancava.
Meet vuol dire incontrare.
Sul web le persone si incontrano. Alle gare pure. Nelle interviste anche.
Sì, le interviste.
Fare più interviste (meet) per capire (learn) e poi migliorare (improve).

Meet, learn, improve.

Mi piaceva, continuavo a ripetermi “Meet, learn, improve”.
Ed è in quell’istante che mi sono detto quanto c’era bisogno sia a livello personale, sia a livello di BICITV, di fare interviste, aumentare il numero di incontri, per capire, imparare e migliorare.
Ok, io non sono un esperto, mi sono detto.
Ma anche il mio pubblico preferito – i ragazzi – non lo sono.
Siamo inesperti.
Perché non documentare il mio processo di crescita attraverso interviste in modo da essere utili ai ragazzi del ciclismo? Perché non farli immedesimare? Da soli non siamo esperti, mai insieme possiamo condividere il poco che sappiamo per essere utili per tutti. Wow. Per dirla come i medievali, “siamo nani sulle spalle dei giganti”. Da soli valiamo meno (siamo nani e non giganti), ma possiamo vedere più lontano perché siamo “sulle spalle dei giganti”.

Meet, learn, improve.
Sì, avevo trovato la chiave giusta a Riva del Garda.
Questo paradigma inoltre mi permetteva di essere distaccato dalla passione stessa per il ciclismo.
Se ti poni come uno che vuole capire questa passione, sei accettato. Sei addentro a questo mondo, ma allo stesso momento ne sei fuori e puoi essere più coerente con te stesso. Episodi come quelli di Claudia sarebbero emotivamente e cognitivamente più gestibili.

Wow, avevo trovato davvero la chiave giusta.
Non vedevo l’ora di raccontare questo approccio agli altri di BICITV, a Giorgio, a Davide, a Linda e a tutti gli altri collaboratori.
Nel 2018 avrei fatto interviste.
La cosa più semplice di questo mondo.
Perché quando non si sa qualcosa, la si chiede a qualcuno che la sa.

Wow.

Non sapevo che la ciliegina sulla torta di questo nuovo modello di pensiero sarebbe capitata di lì a poco quando casualmente entrai in una libreria di Riva del Garda. Mi colpì un libricino di tale Giuseppe Montesano intitolato “Come diventare vivi”. Mi aveva colpito per l’assonanza con il titolo di un pamphlet che avevo amato una decina di anni prima scritto da uno dei miei scrittori preferiti, Michel Houellebecq intitolato a sua volta “Restare vivi”.
Aprii il libro di Montesano.
Il titolo di un capitolo era “Non ci resta altro da fare che cominciare a diventare vivi”.
Mi vennero in mente le parole di una ciclista che una volta mi aveva confidato di aver scritto la frase “Ricordati di vivere” su una lavagnetta nella sua stanza.

Dieci euro. Ho comprato al volo quel libro.
Avevo voglia di andare in riva al lago, fotografare quella frase e metterla su Instagram.
Edonismo? Probabile. O anche una più genuina voglia di condividere qualcosa di bello.

Leggere in riva al lago è bellissimo.
Ad un certo punto, la ciliegina sulla torta.
A pagina 24 del libro si parla di un passaggio del Simposio di Platone in cui si descrive la figura di Eros (simbolo dell’Amore) da bambino. Si dice:
“Il bambino Eros […] non è un dio perché gli dèi sono beati nella conoscenza […] ma non è nemmeno un ignorante che crede di conoscere ed è beato nell’illusione di sapere: Eros, che sempre muore e sempre rinasce, è colui che desidera ciò che gli manca”.

Mormoravo a me stesso in riva al lago quelle parole…
“Colui che desidera ciò che gli manca”…
Quelle parole sembravano, per certi versi, parlare di me e di BICITV, con quel misto di ignoranza e sete di conoscenza…
E poi andai avanti a leggere…

“Solo lui (Eros) può farci entrare nella conoscenza: sotto la sua guida scoprire una sequenza di parole, di immagini o di suoni, sarà come scoprire un corpo: piano cadono i veli, ciò che si sognava e intravedeva appare […]. Amare vuol dire entrare e uscire da una realtà completamente diversa dalla nostra, viaggiare partendo da ogni attimo e non sapendo in quale attimo si va: un viaggio di esplorazione che ogni volta è senza ritorno, una via che è la sola a farci entrare nelle grandi opere. Sfioriamo le parole, tocchiamo le frasi accarezzandole, e le frasi rispondono alle carezze fremendo e schiudendosi: entriamo in corrispondenza con un corpo che non conosciamo, e a ogni frase lo conosciamo un po’ di più, a ogni pagina impariamo qualcosa di più come quel corpo vuole essere amato”.

Boom.
Queste parole sembravano parlare di me sia come appassionato della lettura, sia come editore di BICITV.
Ma soprattutto, tutte quelle parole davano risposte emotive.

L’aver trovato il motto “Meet, learn, improve” mi sembrava una cosa magnifica.
Ma mancava un ulteriore passaggio.
Come tutti, sono un uomo passionale.
Ma, a differenza di tanti, non riesco mai ad esprimere il mio lato emotivo in modo naturale.
Mi serve scrivere.
Mi serve creare.

Forse è per questa mia carenza nella vita che, invece, le cose che creo non possono non aver dentro la passione.
Ecco, prevedere un gelido “Meet, learn, improve” perché la fiammella della passione del ciclismo si era affievolita dopo la vicenda di Claudia Cretti, non bastava.
Le parole del libro di Montesano mi hanno però fatto capire un’altra cosa.
Che sì, forse la passione per il ciclismo si è affievolita, ma la passione per il voler conoscere è da sempre un fuoco ardente.
Paragonare la conoscenza ad una relazione d’amore era la metafora che mi serviva per dare senso al mio lavoro in BICITV.
La passione è voler capire anche qualcosa che non si condivide fino in fondo.
La passione è cercare sempre insegnamenti da portare nel proprio cuore ed essere strumento per raccontarli ad altre persone.

E allora ricominciai, felice, a camminare.
“Meet, learn, improve… love”.

Meet, learn, improve, love, meet, learn, improve, love – mi ripetevo.
Il paradigma è completo.
Mi fa stare bene.
E mi piacerebbe trasferirlo nei prossimi dieci anni dentro BICITV.

Mi piacerebbe che il mondo del ciclismo potesse adottarlo.
Mi piacerebbe diventare utile per il ciclismo, non essere solo un sito news.
Incontrare, dialogare, imparare, migliorare sono tutte azioni che alimentano la fiamma della passione per questo sport. E a sua volta, la passione ti spinge nuovamente a voler incontrare, conoscere, migliorare, in un ciclo infinito.

Mi piacerebbe un mondo del ciclismo più unito.
Che abbia più voglia di ascoltarsi.
Atleta con atleta, squadra con squadra, Federazione con squadre e squadre con Federazione, giornalista con giornalista, e così via.
Mi piacerebbe che BICITV possa essere il cemento per incollare insieme le varie componenti. Che ciascuna possa imparare, capirsi, migliorare.
Migliorare insieme tutti.
Pensare in grande.
Mi piacerebbe un mondo del ciclismo più compatto.
Più coraggioso.
Che con coraggio vada a conquistare sempre più atleti. Portandoli via ad altri sport. Che con coraggio guardi fuori dal suo recinto e tenti di conquistare terre nuove. Sponsor nuovi. Che integri gli sponsor nel processo di miglioramento. Che dialoghi con gli sponsor cercando per davvero di migliorare l’attività di quello sponsor.
Che abbia a cuore i ragazzi.
Per davvero.

Sogni? Forse.
Ma sogno di poter essere utile affinché questo avvenga.
E perché questo deve avvenire?
Perché il ciclismo porta in dote con sé una serie di valori eccezionali.

Pedalare ti fa stare bene con te stesso, nel corpo e nella mente. Pedalare ti fa abituare a lottare e a fare fatica per ottenere un obiettivo. Il ciclismo trasforma i ragazzi e le ragazze in veri uomini e donne. Uomini e donne capaci, intraprendenti, abituati a non mollare mai, a saper soffrire, ad andare in fuga solitari con coraggio e testardaggine, ma anche capaci di unirsi e darsi una mano.
Uomini e donne così servono in questa nostra nazione, l’Italia.
Dove tante cose non funzionano, e c’è davvero da fare fatica per mettere a posto molte situazioni.
Una nazione bella, l’Italia.
Ma non bella per quelle dieci, venti città d’arte che abbiamo.
Quelle ce le hanno tutti.
Bella per la bellezza dei piccolissimi centri così sconosciuti e così incantevoli.
Solo l’Italia è così ricca di luoghi così.
E quale sport se non il ciclismo ti porta in posti sperduti e bellissimi?
Quale miglior modo se non il ciclismo può mostrarli al mondo?
Io arrivo dalla provincia, il ciclismo è l’Italia di provincia.
Il ciclismo è lo sport di tutti.
Ha un carattere e un’anima popolare che non va mai dimenticata.

Amo tanti sport.
I miei preferiti sono il tennis e il calcio.
L’adrenalina per una volee ben riuscita o la gioia per un gol allo scadere sono sensazioni formidabili per me.
Ma nessuno sport è – oggettivamente, prescindendo dalle passioni – come il ciclismo.
Tutti gli altri sport possono essere metafora della vita.
Woody Allen ha creato una metafora grandiosa per il tennis nel suo “Match Point” descrivendo come un singolo istante fortunato possa essere la chiave di svolta di una vita.
Francesco De Gregori in quel “Mino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore” ha raccontato l’Italia calcistica di provincia e ha parlato al cuore di tanti uomini dai sogni infranti con una poesia struggente e delicata.

Sì, tutti gli altri sport possono essere metafora della vita.
Ma il ciclismo è – oggettivamente – qualcosa in più.
Nel ciclismo, come nella vita, sei in lotta con te stesso e i tuoi limiti, ancor prima che con gli altri.
Nel ciclismo, come nella vita, ci sono salite durissime e discese pericolosissime. Si può cadere e farsi davvero male. Ma devi andare avanti.
Nel ciclismo, come nella vita, è più probabile perdere che vincere: si parte in duecento, ma vince una persona sola.
Nel ciclismo, come nella vita, sei da solo, ma hai anche dei compagni di squadra.
Puoi scegliere di essere un gregario, puoi scegliere di guidare i compagni, puoi sempre dare una mano.
Nel ciclismo, come nella vita, puoi scegliere di combattere gli avversari. Ma anche di allearti, perché tante volte è meglio portar via una fuga, ottenere un risultato aiutando e facendosi aiutare da chi non sopporti. Per il bene comune.
Nel ciclismo, come nella vita, ci sono tante tappe. Puoi arrivare primo o puoi arrivare al limite del tempo massimo. Ma l’importante è arrivare.
Nel ciclismo, come nella vita, puoi perdere o vincere tutto per colpo di fortuna o sfortuna. Forature, cadute, imprevisti: basta un nonnulla e perdi tutto.

No.
Il ciclismo non è metafora della vita.
Il ciclismo è la vita stessa. Né più, né meno.
Lavorare nel mondo del ciclismo vuol dire rendere onore alla vita stessa ogni giorno.
Sta a noi decidere come interpretare il modo.

Meet, learn, improve, love.
Questo è il mio paradigma.
Questo è il mio modo.
Che, paradossalmente, come si diceva all’inizio, in tempi dove tutto cambia rapidamente e sembra che occorra adeguarsi alle innovazioni tecnologiche in men che non si dica, occorre avere valori ben precisi.
Perché sennò poi non si riesce a capire qual è la propria voce.
Perché sennò poi non si riesce a capire qual è la voce degli altri.
Questi sono i miei “piedi zen”. Questo è il mio “conosci te stesso”.
Questa è la mia visione sul ciclismo.

BICITV dovrà avere questa visione nei prossimi dieci anni.
Dovremo essere testardi sulla visione, flessibili nei dettagli.
Ora è solo una fantasticheria, ora sono sole parole, ora sono bla bla vuoti senza fatti, ora è solo una tiritera scritta in un pigro pomeriggio.
Nel ciclismo, come nella vita, di solito si perde.
Forse perderò.
Ma provarci ed essere convinti di poter vincere, è un dovere.

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