#133 – In Bruges

Un film si intitolava proprio così: “In Bruges”, ed aveva anche vinto un Oscar per la sceneggiatura, mi pare. O forse no. So che c’era Colin Farrell come attore e Ralph Fiennes pure, mi pare, e che il film mi era piaciuto perché era uno di quei film che indipendentemente dalla trama, ti lasciava addosso sensazioni.
Ebbene, la sensazione che mi aveva lasciato addosso fu quella del voler visitare Bruges almeno una volta nella mia vita.
Che cosa è successo l’altro ieri? Che a Bruges effettivamente ci sono capitato per lavoro, un toccata e fuga in occasione della Driedaagse Bruges – De Panne femminile.
Quando sono arrivato sotto la pioggia nella piazza principale della città, ho guardato l’altissima torre che la dominava e subito mi è venuto in mente proprio il film “In Bruges” dove ad un certo punto, un uomo veniva buttato giù da quella torre.
Poi mi sono armato di videocamera e ho iniziato a fare il mio lavoro e mentre riprendevo mi rendevo conto di quanto le rappresentazioni non siano mai neutre e quanto influenzino gli spettatori.
Sì, è una banalità, ovvio. L’occhio di chi guarda dietro la videocamera e sceglie le immagini da montare determina una certa “visione del mondo”, ma quel che mi colpiva mentre le varie squadre venivano presentate sul palco è quanto effettivamente il bagaglio culturale, visivo e tecnico di chi riprende incida fortemente nel risultato.
E mentre ero chinato a terra per fare una soggettiva su alcune biciclette Pinarello, mi sono reso conto di quanto fossi incapace di distanziarmi dalla memoria di quel film che mi aveva colpito.
Sapere che nel mio piccolo da anni anche io sto operando dando una mia “visione del mondo” del ciclismo attraverso i miei filmati, mi ha dato all’improvviso una sorta di vertigine perché comunque filmare comporta delle responsabilità di tipo etico.
All’improvviso mentre mi sono rialzato da terra dopo aver ripreso le biciclette, gli altoparlanti hanno trasmesso una canzone di Shaggy. “It wasn’t me” diceva, e degli uccelli sorvolavano la piazza. Ne ho ripreso uno, sfocato e “sbagliato”: non andava messo nel montaggio del video. Una sequenza decisamente fuori luogo in quel genere di video.
Solo che volevo ricordarmela a me stesso.
La vertigine della responsabilità.
L’incapacità del saper mettere a fuoco le cose.
Volevo ricordare a me stesso che fare filmati è come precipitare da quella torre se lo fai senza un pensiero dietro del perché fai quel che fai, del perché scegli di riprendere una cosa invece di un’altra, del perché scegli una musica invece di un’altra o svegli di lasciare i rumori dell’ambiente.
Volevo ricordarmi di quanto siamo schiavi delle rappresentazioni visive che assorbiamo ogni giorno.
Volevo precipitare.
Volevo qualcosa nel video che mi dicesse “Non ero io” quel giorno.
Volevo qualcosa che mi ricordasse quanto ero stato incapace di dimenticare il film “In Bruges”.
Sì, non ero io quel giorno.
“it wasn’t me”.

Site Footer