#141 – Liberazione (unire l’Italia)

Partire per Roma è un’emozione.
BICITV nasce con la volontà di unire gli amanti di ciclismo di tutta Italia e di manifestare la bellezza e le peculiarità di ogni squadra locale e di ogni corsa locale.
Il mio girovagare in tanti paesini d’Italia degli anni scorsi aveva un senso perché c’era questo dentro.
Unire.
Questo era il senso delle mie vecchie dirette, è il senso dei BICITV Awards, è il senso di tutte le nostre scelte.
Unire ciò che è differente sotto un’unica grande bandiera, quella italiana. Unire tutti coloro che amano il ciclismo.
Gli italiani sono profondamente diversi l’uno dall’altro, le terre d’Italia sono tanto differenti l’una dall’altra.
Ci sono aspetti positivi e negativi in ogni realtà, come in quasi tutti gli ambiti della vita.
Qualcuna la ami, qualcuna non la sopporti, qualcuna la perdoni, qualcuna la aiuti, qualcuna la sproni, qualcuna la ammiri, qualcuna è il tuo esempio e il tuo modello.
Quando abbiamo costruito il nostro gruppo di BICITV siamo stati attenti a questo: qualcuno è salernitano, qualcuno bergamasco, qualcuno comasco, qualcuno piemontese, qualcuno veneto, qualcuno emiliano, qualcuno trentino.
E poi ci sono io, mezzo bergamasco e mezzo palermitano.
La somma di tutti noi ha creato i BICITV Awards, ed è stato bellissimo.
C’erano ragazzi da tutta Italia, famiglie da tutta Italia: c’era bellezza.
Dire di amare l’Italia è sempre pericoloso in Italia, perché rischi di passare per un nazionalista o peggio.
Dire di amare l’Italia è sempre pericoloso in Italia, perché rischi di voler esprimere una volontà politica.
Io di politica non ci capisco niente. A me interessa la storia. Mi interessa sapere da dove arrivo e che cosa c’era prima di me e regalare qualcosa per chi verrà dopo di me.
Non c’è niente che mi definisca di più della parola “italiano”.
Italiano è il modo in cui parlo e scrivo e comunico il mio sentire e le mie idee.
Io amo l’Italia.
Anche se probabilmente in Italia non ci vivrò in futuro.
Essere italiani è un modo d’essere e mi dà fastidio quando noi italiani sottolineiamo solo i nostri difetti.
Essere italiano è il mezzo di esprimere me stesso.
Uno strumento meraviglioso che va raccontato ed esibito con autostima e nessuna presunzione, a testa alta e con il sorriso sulle labbra.
Quando devi unire, hai bisogno di simboli.
Il tricolore è il mio simbolo.
L’inno nazionale mi fa venire i brividi.
La nostra storia mi affascina.
Roma è la mia capitale.
Il 25 aprile è una data simbolica che dovrebbe unire e non dividere, come sistematicamente accade ogni anno.
Ma siamo anche questo, fratelli litigiosi.
Ci dobbiamo perdonare di più e pensare ai fratelli che devono ancora nascere.
Pensare a quale mondo costruire per loro.
In queste settimane sono stato più in Belgio e in Olanda piuttosto che in Italia.
Ho guardato, ascoltato, cercato di capire.
Per quanto tra noi italiani siamo differenti, trovo che sia molto più facile unirsi tra di noi italiani piuttosto che trovare punti in comune con altri popoli che rispetto e ammiro.
Vorrei copiare dagli altri popoli.
Importare modi d’essere.
Viverli, raccontarli, promuoverli, impegnarmi affinché i figli dei miei figli dei miei figli li possano vedere anche qui in Italia.
Ragionare a lunghissimo termine con sogni enormi, seminando, seminando, seminando e non vedere i frutti di questo seminare perché il lavoro da fare enorme.
Ma non fa nulla.
La vita è una parentesi: se non vedo i frutti del mio lavoro immediatamente, non è un problema.
Essere dimenticati, non è un problema.
Ogni giovane che sceglie di rimanere in Italia dovrebbe vivere con la voglia di rendere l’Italia ancora più bella, funzionante, intelligente.
Amarla per i difetti, incoraggiarla, guidarla con l’esempio.
Ognuno in base alle capacità che ha.
Con piccoli o grandi gesti.
Provare a cambiarla gradualmente.
Un passo dopo l’altro.
Per tutte queste ragioni per me andare a Roma è un’emozione fortissima.
Roma è la mia capitale, è un simbolo.
La ragione mi porta a guardarne i difetti di questa città.
Ma non è colpa mia se mi batte il cuore, camminando per i Fori Imperiali.
Non è colpa mia se guardando l’Appia, gli acquedotti, gli archi mi vengono i brividi a pensare che questo modo di costruire così efficiente ha unito l’Europa.
Non è colpa mia se mi piange il cuore vedere il Colosseo “scavato” perché a suo tempo lo utilizzarono come cava di marmo.
Non è colpa mia se mi piange il cuore scorgerne la decadenza.
Porto un nome latino, “Valerio”, lo stesso nome di un poeta – Catullo – colossale.
Noi italiani non dobbiamo dimenticarci chi siamo e da dove veniamo. Mai.
Possiamo scegliere di andare da un’altra parte, certo. Doveroso e inevitabile.
Magari me ne andrò a Auckland, New Zealand.
Magari me ne andrò a Dubai.
Magari me ne andrò a Tokyo.
Ma intanto sono qui.
Tra poco si parte.
Stasera sarò a Roma, Italia.
Sarò a Roma, perché c’è una gara di ciclismo.
E il ciclismo è l’unico sport che non ha tifosi contro, ma sono tifosi pro.
Noi non ci odiamo.
Noi possiamo rivaleggiare, ingaggiare guerre sportive, ma non ci possiamo odiare.
Non c’è sport migliore del ciclismo per raccontare il nostro essere italiani.

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