#143 – Lei

Lei arrivò nel locale.
Lui per un attimo sospese il fiato e trasalì.
Intravedeva le sole spalle, le sole punte bionde di quei capelli, le sole vibrazioni tutt’altro che impercettibili che suscitava nel simultaneo girar di colli maschili.
Riprese fiato, per un attimo. 
Non c’era nulla che desiderasse se non che quell’istante si dilatasse all’infinito. Che quelle spalle rimanessero voltate, come se disegnassero i confini stretti delle possibilità che qualcosa tra le lei e lui potesse nascere.
Nascere. L’aveva visto su Instagram quanto quel verbo poteva significare per lei. La smaccata sensualità di quella bocca carnosa fotografata su Instagram cozzava con le foto del nipotino che era solita pubblicare una volta a settimana. Sì, cozzava. Perché lui era un uomo, forse. E quelle due cose – il sesso e i figli – erano due cose che quella sera non avrebbe voluto giacessero sotto gli stessi confini delle sue fantasie. Avrebbe potuto morderla, probabilmente. Anzi, forse avrebbe dovuto. Immaginare che lei lo avrebbe chiesto, se non preteso, gli sembrava eccessivo, quella sera.
Sì, non riuscire a scorgerle il viso gli rendeva decisamente tutto più facile quella sera.
Il momento era dilatato all’infinito, ormai, e il sottofondo musicale di quella sera, altro non era che la voce di lei, bassa e profonda, che si diffondeva nel locale ad ogni ordine che raccoglieva. Bionde, rosse, nere, birre, per lo più. Lei appuntava tutto su quel bloc notes, prendeva ordini. Lui appuntava tutto quella sera su quel taccuino dove il mondo si trasformava in un’altra cosa. Si trasformava in un mondo dove le cose accadevano come nei film.
Ma quella sera lui decise di non farla voltare quella ragazza. Non voleva un film sui suoi taccuini. Voleva rimanesse appuntato solo quel cazzo di desiderio, e basta. Niente happy end. Lei non si doveva voltare.
Ma non fu così.
Lei si voltò, gli sorrise, gli chiese come stava. Stava bene, grazie. E tu? Anche.
Nascere. Al diavolo, era nella merda. Quello era uno sbattere di cuore che ricordava soltanto di avere avuto acerbo decenni prima. Al diavolo. Pensava non sarebbe dovuto più succedere. Il tempo – maledetto tempo – sempre mai sincrono con i nostri desideri. Il tempo – maledetto tempo.
Ci sarebbe finito per il resto della vita con una come lei. Ci sarebbe finito dentro a un selfie. Ci sarebbe finito dentro ad una foto di famiglia con un bambino lì in mezzo a lei e a lui.
Alzò gli occhi.
Tutto era vuoto. Il locale, vuoto. Il boccale, anche. Il cuore, forse.