#146 – L’altro volto di BICITV

Ho incominciato a chiacchierare con una fotografia prima di andare a dormire.
Sì, detta così, potrebbero sembrare evidenti i segni della pazzia.
Solo che avevo bisogno di qualcuno che avesse una sembianza umana per parlare di BICITV.
Ci sono tante cose che vorrei fare.
La complessità del progetto è tale da non farmi dormire la notte.
Neanche il giorno. Cioè, ogni angolo di vita vuota si riempie di elaborazioni di idee per BICITV. Continuamente.
E adesso che mi sono allontanato da quattro mesi da BICITV, i sintomi sono ancora più forti.
Parlo da solo, mimando le mie conduzioni.
Parlo da solo, mimando i pitch per la ricerca di finanziamenti.
Parlo da solo, mimando le cose che dovrei dire ai miei compagni di viaggio.
Parlo da solo, mimando le parole per convincere nuove persone a collaborare con noi.
Mi ero stancato di parlare da solo nella mia mente, così l’altro giorno mi sono stampato sei fotografie della medesima donna (una persona che mi è particolarmente cara) e me le sono appese accanto al letto.
Adesso parlo con lei e quando parlo, mi sembra di avere un po’ di sollievo.
Lei è muta, non dice niente.
Io mi sento un po’ pazzo, ma quantomeno il flusso di pensieri ad un certo punto si interrompe.
Mimando un dialogo che non esiste, mi riesce più semplice non spingerlo all’infinito.
Quando sono da solo, invece, il monologo di pensieri non si ferma mai.
Maledetta testa. L’ultima donna con cui ho fatto l’amore mi ha detto che sono intricato. Al diavolo, ha ragione e non vorrei che l’avesse.
Ma bisogna anche accettarsi, ad un certo punto.
Ebbene, eccoci qui con questo flusso di pensieri monotematici. Sempre BICITV, giorno e notte, notte e giorno. Ma perché?
Tutte queste cose suonano assurde ai più.
Ma davvero non è invidiabile la situazione del non dormire perché profondamente affascinati dalle proprie idee.
Il momento della solitudine, del vuoto, dell’istante in cui tutti credono che le tue idee sono fantasticherie, vezzi giocosi di un bambino mai cresciuto.
Saranno i fatti a parlare.
Ultimamente ho perso spesso.
Ma tante volte ho vinto. Soprattutto agli inizi.
Ho raccontato tutto questo alla fotografia stampata qui accanto.
Ho raccontato anche che quando iniziai BICITV c’era una donna in carne ed ossa senza la quale non avrei combinato assolutamente niente e che poi mi ha odiato proprio perché ho fatto BICITV.
Non sappiamo mai davvero che vita hanno le nostre creazioni.
Quello che è certo è che hanno vita propria. Come le parole.
Che con i loro suoni producono rimbombi nelle nostre teste.
Ci pongono questioni. Questo è sano, questo è pazzo, questo sì, questo no.
Alzo gli occhi e guardo la mia stanza.
Sono immerso in un ambiente completamente artificiale.
Qualsiasi oggetto presente qui dentro – il letto, la sedia, l’attaccapanni, l’armadio, la biro, il computer, il profumo, e così via – sono cose che non esistevano, ma che hanno incominciato ad esistere nella testa di qualcuno. Qualcuno a cui davano del pazzo. Sicuro.
Ora sto pensando a quel qualcuno, a quegli inventori. Che forse come me erano ossessionati dalle loro creazioni. Creazioni che servono per risolvere problemi alla gente. Creazioni così efficaci da essere considerate naturali con il passare del tempo e che se dovessero mancare, ci sembra ci manchi qualcosa di fondamentale.
Pensate al letto. Il materasso. Le lenzuola. Il cuscino. E se dovessero sparire per sempre? Il mondo sarebbe un po’ più povero.
Le cose più grandi sono le più semplici. E la loro semplicità nasconde una complessità interna profonda che non si vede all’esterno. Una complessità di pensiero, progettazione e emozione.
Vorrei che i prossimi step di BICITV fossero zeppi di cose che non c’erano. Di cose mai viste. Ma talmente efficaci da sembrare naturali agli occhi della gente.
In parte ci siamo già riusciti. In tanti danno per scontato che BICITV esista. Provo a chiudere gli occhi e provo ad immaginare se domani sparisse del tutto ogni creazione di BICITV.
Mi sto chiedendo se mancherebbe qualcosa. Se il mondo del ciclismo sarebbe un po’ più povero.
Io dico di no. Non ancora.
Ecco perché bisogna lavorare ancora, ancora e ancora.
Bisogna arrivare ad essere utili e fondamentali come lo può essere il letto dal quale sto scrivendo e dal quale sto parlando con una donna che non esiste se non in fotografia.
Ma, come recita il poeta, “C’è sempre una donna nelle ultime fibre di un uomo”. Guardo la fotografia. No, non sei tu. Non ancora.

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