#156 – Le cicatrici delle battaglie che non combattiamo

Ciò che più uccide sono le cicatrici delle battaglie che non combattiamo o quelle delle battaglie che immaginiamo di aver combattuto nella nostra mente, ma che poi – alla fine – cosa abbiamo fatto se non raccontare a noi stessi una “donchisciottesca” realtà di cavalieri immaginari che combattono chissà cosa, chissà chi?

Mi viene da pensare a questo, quando vedo i profili da “Never Give UP”, da “Fight For Your Dream”, eccetera eccetera, e – peggio – quelli come me, da leoncini da tastiera, con l’aria da Eh-Io-La-So-Lunga-Che-Ti-Credi che con due o tre parole da persona istruita ma non intelligente fanno quella cosa terribile – tentare di far riflettere.

Sono così che nascono le ferite immaginarie, le cicatrici di battaglie non combattute, la stanchezza delle nostre vite quando si incanalano affannate e pigre dopo i quaranta, i cinquanta, i sessanta, quando tutte le cose assumono una forma e dimensione più modesta, quando la morte comincia ad essere un rumore di sottofondo sempre più sinistro e la vita commuove di più.

No. Serve un po’ più di virilità, di coraggio, di sfrontatezza nello scegliersi le battaglie giuste.
Sì. Che poi vivere somiglia un po’ a questo ad un certo punto della vita, allo scegliersi le battaglie giuste e a mettere tra parentesi altre battaglie che ci fanno sanguinare senza portarci da nessuna parte.

Che poi forse morire ha a che fare proprio nel farsi cogliere nel mezzo di una di queste battaglie di vita, nel farsi cogliere senza saggezza, fanciullescamente impreparati e saggi, consci o inconsci, sempre con quella voglia di guardare avanti, avanti e avanti sapendo che là davanti, tu – piccolo ometto con sempre meno anni di futuro – tu non esisterai più.
Intuendo, sfiorando, accarezzando l’idea che forse il modo migliore per combattere è pensare che non esista alcuna battaglia contro niente o contro nessuno.
Forse solo così arrivano le vittorie.

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