#157 – Ciclismo, uno sport estremo

Spesso i ciclisti esibiscono con orgoglio le loro ferite e la loro volontà indomabile di alzarsi e di andare avanti. Ammirevole. Sono un esempio.
Somigliano ormai ai reduci di guerra.
Fratturati, mutilati, ammaccati.
Che vanno avanti, nonostante tutto, circondati dalle lacrime di chi vuol loro bene.
Sì, ormai questo sport è cambiato.
Ormai – da anni – il ciclismo è uno sport estremo dove una frattura è la consuetudine (l’ultimo caso di Vincenzo Nibali è lì a dimostrarlo) e il rischio morte è dietro l’angolo.
Questo è il bello del ciclismo.
L’adrenalina.
Sfidare la morte ogni santo giorno ad ogni uscita in allenamento.
Questa è la situazione attuale.
Da anni siamo ad un bivio.
O continuiamo a raccontare questo sport con la retorica dei propagandisti bellici di inizio secolo o incominciamo davvero – me compreso, ovvio – a mettere da parte sterili romanticismi e a fare due cose.
Uno, a raccontare questo sport con altri paradigmi come quelli esplicitati sopra esaltando il fattore rischio, l’adrenalina, la velocità come si fa con altri sport, aspettando qualche morte tragica di un grande atleta per trasformare una vittima in leggenda – vedi i vari Ayrton Senna o Marco Pantani.
Due, a mettere da parte qualsiasi tipo di emozione e incominciare ad affrontare il problema sicurezza come prioritario.
Sì, soprattutto partendo dal mettere da parte qualsiasi tipo di emozione.
“Il sonno della ragione genera mostri” si intitolava quel meraviglioso quadro che ti mostravano sui manualetti di scuola.
E da ragazzo reagivo sempre in due maniere.
Non capivo qual era il mio modo di pormi.
Da un lato mi piaceva l’idea di diventare un uomo “che non avrebbe mai fatto dormire la sua ragione”.
Dall’altro l’idea di essere io stesso un mostro era squisitamente affascinante.
Sì, diventare un mostro che esplicita sentimenti, emozioni, brividi.
L’ho capito negli anni crescendo dove invece era il mio posto.
Nel mezzo.
Nel mondo di chi esplicita un dubbio nel mondo più elegante possibile.
Ora con distacco, ora con passione.
Ora con ragione, ora come un mostro.
Come un Goya che ora sveste la sua Maja e poi la riveste.
Che l’amore per qualcosa oscilla sempre e incessantemente tra questi due estremi.
Esserne consapevoli è essere umani.

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