#158 – I monologhi muti delle donne (e del ciclismo)

Non esiste l’ultima nota.
Una musica non è mai davvero finita e l’ultimo suono di una melodia si spegne in un silenzio.
Ma anche il silenzio è un suono.
Un suono muto dove la vibrazione si trasforma in emozione.
Chiunque si occupa di comunicazione sa che deve lavorare sul non detto e non sul detto.
Chiunque ama qualcosa sa che deve lavorare sul non detto.
Mi muovo più a mio agio nei silenzi piuttosto che nelle parole.
Mi muovo più a mio agio nello scrivere – meravigliosa via intermedia – che nel detto nonostante “se interrogata, la scrittura sommamente tace”.
Della scrittura amo le vibrazioni e gli echi delle parole.
Della scrittura mi piace l’intrinseca approssimazione delle parole, e gli errori che si fanno.
Della scrittura mi piace lavorare sul non detto.
Delle persone mi affascinano i discorsi muti che ognuno fa a sé stesso quando è da solo.
Alcuni monologhi mi piacciono particolarmente.
I miei preferiti sono i monologhi muti delle donne quando si specchiano prima di uscire con quel carico di desideri e di paure, di volontà e di delusioni. E poi anche quelli che fanno a sé stesse mentre si struccano e si mettono a dormire.
Mi piacciono i monologhi muti di chi si piace, ma, ancor di più, quelli di chi non si piace.

Mi piace tentare di intuire quei pensieri.
E mi piace sbagliare le mie intuizioni.
Mi piacciono i pregiudizi che ho sulle persone, perché rivelano chi sono io, e non loro.
Mi piace come le parole fanno l’amore tra loro e si fondono e si distaccano e si glorificano e si sviliscono.
Prendi la parola “Pregiudizio”.
Quasi tutti intendono questa parola con il significato di “Pregiudizio negativo”.
Si presuppone che un pregiudizio sia, di per sè, negativo.
Eppure no, povera parola.
Lei sarebbe neutra, ma se vuoi dire “pregiudizio positivo” devi aggiungere la stampella della parola “positivo”.

Per cambiare il ciclismo bisogna lavorare sull’eco che produce la parola “Ciclismo”.
Nel non detto bisogna lavorare, e a come renderlo detto, e a come farla vibrare – la parola “Ciclismo” nel cuore dei bambini.
Tutte le partite dell’umanità si giocano nell’infanzia.
Tutte.
A noi non è dato vedere la fine.
Che si nasce, si cresce, si invecchia, si svanisce.
Eppure se si capisce che possiamo essere quell’ultima nota di una sinfonia, allora possiamo vibrare e tramutarci in emozione per qualche tempo ancora, svanire, in nome di qualcosa che possa suonare migliore di quando siamo venuti al mondo.

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