#176 | Ecco cosa penso del ciclismo femminile dopo la chiacchierata con Vittoria Guazzini

#176 | B-THINKING: ECCO COSA PENSO DEL CICLISMO FEMMINILE DOPO LA CHIACCHIERATA CON VITTORIA GUAZZINI
Se penso a quanto poco era seguito e conosciuto il ciclismo femminile sette anni fa rispetto ad oggi, mi prende un senso di vertigine. Vertigine di gioia.
Sì, perché almeno a livello culturale le cose sono cambiate profondamente. Ora nessuno considera più il ciclismo femminile inferiore. Magari lo considera più brutto e più noioso rispetto a quello maschile (un’affermazione che non condivido), ma i gusti sono opinabili e quindi ci sta. Ma nessuno ormai si sogna più di considerare il ciclismo femminile inferiore rispetto a quello maschile. Più brutto sì, inferiore no. Non era così dieci anni fa.
E in termini di popolarità le cose stanno cambiando. Ieri ho fatto una B-Talk (una chiacchierata Live su Instagram) con Vittoria Guazzini e c’erano un sacco di persone.
Impensabile un pubblico del genere sette anni fa. Semplicemente impensabile.
Ho iniziato a seguire il ciclismo per caso e per una ragione etica. Quella di dare voce al ciclismo femminile, tant’è che da sempre BICITV dà spazio a questa disciplina grazie alla produzione intensiva di video e alle gallery fotografiche di Fabiano Ghilardi.
Sarebbe bello dire che ho dato un contributo e sarebbe presuntuoso affermare che il contributo di BICITV sia stato determinante.
Ma non è così. La ragione della diffusione della popolarità del ciclismo femminile è legata a doppio filo con la diffusione dell’uso dei social media (Facebook, Instagram) da parte di un’intera generazione di giovani ragazze teenager che ora si apprestano a sbancare a suon di risultati grazie ad una popolarità di base almeno 10 volte superiore delle atlete della mia generazione, quella di 10-15 anni maggiore.
Questa è la ragione. Questa una delle “mucche viola” del ciclismo, per dirla alla Seth Godin, su cui il ciclismo internazionale sta scommettendo.
E allora chi lavora nei media come il sottoscritto deve fare due cose.
La prima, non prendersi meriti che non ha e non cadere mai nella trappola del sentirsi “esperto” in un settore.
La seconda, interpretare le nuove tendenze comunicative delle prossime generazioni per poter essere pronti a raccontare il ciclismo sotto altre forme.
Questo è quello che sto cercando di fare reinventandomi nelle B-Talks, le chiacchierate su Instagram. Un progetto piccolo e snello, un’idea semplice, un’applicazione imperfetta di un sentore che ti arriva passeggiando in mezzo ai teenager.
I teenager vivono nelle Instagram Stories. Anzi, i teenager sono le proprie Instagram Stories.
A chi fa comunicazione non è permesso il compito di giudicare, ma solo quello di accettare le cose come sono e giocarsi la partita.
Accettare di essere e di diventare una Instagram Stories.
Un concetto apparentemente claustrofobico e distopico in maniera direttamente proporzionale all’aumentare dell’età, lo convengo.
Ma è l’unica maniera possibile per intercettare e capire le prossime generazioni di ciclisti e di uomini e donne.