#230 | Happy Birthday

Non mi sono mai fatto gli auguri di compleanno. Eppure dovrei farmeli: dicono che bisogna volersi bene e che bisogna regalarsi momenti per sé stessi, no?
I mantra delle nuove generazioni suonano più o meno così. Che le felicità ce le cerchiamo dentro noi stessi e che non abbiamo bisogno di nessuno per sentirci felici. Già.
Dovrei tatuarmela, una stronzata del genere, e dovrei andare poi in palestra a lamentarmi di qualcosa che non va. O meglio, di qualcuno che non va. Dovrei fare una Instagram Story, metterci l’hashtag #workqualcosa, fotografare l’aperitivo e poi tornare on line a lamentarmi di qualcosa.
Il fatto è che alla base della mia vita e della mia etica c’è sempre quella massima kantiana del cercare di pensare e comportarsi come se quel pensiero o comportamento possa assurgere al ruolo di “massima universale”.
Già. Le falle di un pensiero come questo sono abbastanza evidenti, eppure questo straccio di pensiero mi sembra più o meno sempre il miglior pensiero che bisognerebbe buttar dentro al centro della propria vita e del vivere civile per quella che – volenti o nolenti – è una convivenza forzata con altre persone su questo pianeta che chiamiamo Terra.
Rileggo questo post. È evidentemente contraddittorio. Come quando l’atto del nominare spezza una verità. Se nomini la parola Silenzio, esso svanisce. Se sai dare un nome alle cose nella tua mente, è più probabile che ti sai avvicinare ad una convivenza pacifica con gli altri. Ma se ripeti troppo spesso una parola ad alta voce, quella parola si banalizza e può uccidere quel che esprimi.
Lamentarsi di chi si lamenta è contraddittorio. Traslare la lamentela all’altezza del mio ombelico e applicarla esprimendola a me stesso è l’unica maniera che mi sembra ragionevole per uscirne. Constatare che la ripetizione dell’autocritica produce effetti indesiderati è altrettanto evidente.
Dire di non dire per dire è stata per il secolo scorso l’unica maniera per cercare di rendere a parole una parvenza di autenticità. Esplicitare il meccanismo di dire di non dire per dire genera pensieri depressivi, alla lunga.
Ai campionati italiani di Chianciano pensavo più o meno a queste cose, mentre c’erano le gare di ciclismo.
Guardavo, guardavo e guardavo senza riuscire a sintonizzarmi sugli stati d’animo delle persone intorno a me.
Il sonno della ragione genera mostri, recita il titolo di un quadro famoso. Mi sono guardato allo specchio stamattina al risveglio. Cosa ha generato il sonno odierno?
Happy Birthday, Valerio. Hai generato un altro Doppelgänger. Fai un sorriso a te stesso, su. E i tuoi pensieri falli a pezzi per sempre, fai sparire il loro cadavere e annegali nel cuore delle tue notti insonni.
Che su Linkedin non stanno mica bene post come questi. Gli sponsor scappano. La gente scappa.
Metti in piedi il personaggio che serve per andare avanti con sincerità. Con autenticità. Metti da parte quella frase che recita “Piacerò mai per qualcosa che non siano i motivi sbagliati?”. Ah, Sylvia. Non A, ma Ah. Non Silvia ma Sylvia.
Sì, metti in piedi il personaggio. Ma le corde del tuo pensiero da schiavo che usi per tirar su gli obelischi intorno al tempio del Dover Piacere, mettile via.
Non sono tempi per pensieri complessi, questi. Cambia linguaggio. Cambia. Again. Happy Birthday.

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