#234 | Quando sei un perdente

Ieri è stata l’ennesima giornata di gloria per i colori azzurri: Matteo Trentin ha vinto una tappa al Tour con un’azione memorabile, mentre Marta Cavalli si è laureata (ancora) campionessa europea nel derny. Due atleti micidiali perché da sempre sono dei vincenti. Non capita quasi mai che ti diano la sensazione che avrebbero potuto fare di più. Sono quel tipo di corridori che tirano fuori sempre il massimo dalle proprie possibilità e che appena hanno l’occasione, la sfruttano.
L’esatto contrario di me stesso. Dovessi riavvolgere il nastro della mia vita, ho una sequela infinita di momenti in cui nel momento decisivo mi sono “sciolto”. Io non sono mai stato atleta, ma nel mio piccolo sono stato sempre uno dei più bravi in allenamento e uno dei peggiori in partita. Quando giocavo a tennis, ero il più bravo nel mio corso, ma a differenza degli altri, perdevo sistematicamente al primo turno. A scuola studiavo moltissimo, ma al momento dell’esame ero una sequela infiniti di balbettii e scene mute. Anche se sapevo le cose.
Penso che con certe caratteristiche psicologiche ci nasci o quantomeno ti si formano in un’età (da bambino) in cui non ti chiedi chi sei o come sei.
Negli ultimi anni invece non è stata così. Le mie piccole o grandi vittorie le ho portate a casa. E mi sono ritrovato fare cose che a molte farebbero tremare le gambe. Come ad esempio, pensare, organizzare, coordinare, ma soprattutto presentare un evento come i BICITV Awards in diretta TV. Come ho fatto?
Di certo, non per merito delle frasi deleterie che mi sono sentito ripetere per anni.
“Valerio, ci devi credere nelle cose”. “Valerio, devi essere convinto”. “Valerio, devi lavorare di più per raggiungere i tuoi obiettivi”. “Valerio, tira fuori la grinta”. “Valerio, sii positivo”. “Valerio, preparati, stai tranquillo e vedrai che andrà tutto bene”. “Valerio, accettati per quello che sei e vedrai che andrà tutto bene”. “Valerio, ma sì, non ti preoccupare: prendila con leggerezza”. “Valerio, credi in te stesso”.
Potrei continuare questo elenco all’infinito. Per molti avere un obiettivo da raggiungere è motivante, dà carica, entusiasmo ed energia. Per me invece l’obiettivo è fonte di stress, ansia e preoccupazione.
E quando affronti un ostacolo con questo stato d’animo, la sconfitta è (quasi sempre) inevitabile.
Non sono uno psicologo, è solo la mia esperienza.
Ma di certo quando vedo un ragazzo o ragazza “con talento”, ma questo talento non viene fuori nei momenti che contano, di sicuro non mi metto a dirglielo. Mai. Lo sa benissimo anche lui o lei che qualcosa lo blocca nel momento decisivo. Ricordo un genitore che diceva sempre al suo figlio corridore: “Vinci le battaglie, ma non le guerre”. Cioè, questo ragazzo vinceva tante gare, ma poi perdeva nelle grandi occasioni.
No. Quando hai di fronte ragazzi o ragazze simili a me, bisogna semplicemente spostare il discorso dal lato razionale a quello affettivo. Basta regalare a loro gesti di affetto.
Gesti, non parole. Gesti.
E poi, una volta certi che il ragazzo o la ragazza si sente voluto bene, evitare accuratamente frasi che richiamino alla grinta, alla forza di volontà, alla determinazione. Sono parole che quando le nomini, fanno nascere la paura di non avere grinta, la paura di non essere forti, la paura di non essere determinati.
La paura è il nemico. Non solo la parola “paura” non va mai nominata: è meglio evitare anche di nominare tutte quelle parole “positive” che possono far nascere la paura di non avere quelle caratteristiche, quelle “parole positive”. E allora che si fa? Allora è meglio che il ragazzo o la ragazza si convinca che non “debba” fare niente. Debba semplicemente accettare sé stesso o sé stessa e debba accettare serenamente il risultato.
Ecco quindi che l’approccio orientale o zen è più auspicabile. Ma non efficace. Per le persone come me esagerare con questo tipo di approccio – dell’accettarsi – spinge troppo spesso ad una non-azione. Alla passività. Alla staticità. Insomma, si è sereni, ma si perde comunque.
Per carità, pratiche come lo yoga, la meditazione o tutte quelle meravigliosi modi di essere che il mondo orientale ci ha regalato sono fonte di saggezza straordinaria. Bisognerebbe insegnare meditazione e yoga sin dalle elementari, sganciare le menti delle persone “dall’incubo del desiderio” per dirla con il verso di una frase di una nota canzone.
Il problema è che viviamo in una società occidentale che si è dimenticata la propria storia (o quantomeno, non riesce a viverla), che si nutre di un immaginario statunitense e che ha – tutto sommato – una serie di nozioni sul giusto e sullo sbagliato di matrice cattolica. Davvero è ragionevole pensare che puoi inserire un modo di vivere zen in una società disegnata così? Ma dai. Se io dico di essere “zen”, la gente intorno non saprebbe minimamente di che diavolo sto parlando. Si immaginerebbe un Buddha seduto a gambe incrociate o uno Yoda di Star Wars. Ma no.
Ritorniamo a me stesso e a chi pensa di essere un perdente, quando tutti intorno – i “positivi” – gli dicono di non pensarlo, ma lui lo pensa comunque. C’è un modo di essere che si pone a metà tra un approccio “occidentale” e un approccio “orientale”.
Il modo di essere è questo: è pensare che tutto sia un test. Pensare che la vita è un test. Cioè, che quello che si sta vivendo è un allenamento per un qualcosa d’altro di più grande, di più importante. Di un qualcosa che si vivrà più in là nel tempo.
Quando c’è una gara importante, non bisogna pensare che “ci si gioca tutto” in quel momento. No. Per me è più utile pensare che quella gara è un’occasione per allenarmi a gareggiare in una gara ancora più importante che affronterò in futuro. Sono un allievo? Penso che mi servirà per quando sarò junior. Sono junior? Penso che mi servirà per quando sarò under. Sono under? Mi servirà per quando sarò professionista.
“Valerio, ma se non vinco le gare da under non passerò mai professionista”. E allora l’obiettivo più grande è un altro. A quel punto puoi pensare che se non diventerai professionista, quando affronterai il mondo del lavoro, avrai un’attitudine alla fatica e un etica del lavoro maggiore rispetto ai tuoi coetanei che non hanno fatto ciclismo. E quindi la motivazione della gara under non è diventare professionista, ma diventare un uomo migliore.
La chiave di svolta della mia vita è l’aver iniziato a considerare tutto – ma proprio tutto – un allenamento e un test. Il lavoro, le relazioni con gli altri, i propri sentimenti. Una storia d’amore. Il matrimonio. Una malattia. Una malattia molto grave.
Pensare che tutto sia un allenamento allenta la tensione del momento, l’ansia da prestazione, non mette in discussione né il lavoro fatto per arrivare fino a quel punto, né il lavoro da fare in futuro. Non intacca la tua identità personale, ma soprattutto non allenta la tensione necessaria per raggiungere un obiettivo. Sì, perché comunque tu lavori ad un obiettivo spostato in là rispetto al tempo presente e quindi non è che ti fermi.
Adottare questo metodo è sicuramente molto utile per fare un lavoro di gruppo. Mi vengono in mente ancora i BICITV Awards, quando dovevo coordinare un gruppo di una ventina di persone. Dopo aver spiegato con precisione a voce e per scritto il compito di ogni persona qualche settimana prima della serata, il giorno dell’evento non ho fatto granché. In cinque minuti di riunione ci siamo ricordati l’un l’altro i nostri compiti e poi ho aggiunto che i BICITV Awards 2019 sarebbero stati un allenamento per gli eventi prossimi a venire. Punto. Poi, uno ad uno, sono andato da tutti singolarmente con un complimento specifico per il lavoro che stavano svolgendo, a volte una piccola pacca sulle spalle, a volte si offriva una bottiglietta d’acqua, a volte una caramella, a volte un sorriso e per chi aveva qualche ansia, ripetevo: “Questo è un allenamento: se sbagliamo l’anno prossimo faremo meglio”. Tutto qui. Gesti di affetto e il ripetere che è un test. Questo è quello che serve il giorno della prestazione.
Ma ripeto: questa è un’esperienza personale e non applicabile per tutti. Vale per chi è molto emotivo, molto riflessivo, molto pauroso, di indole introversa, di chi sente il bisogno di sentirsi rassicurato, ma di chi comunque ha comunque una buona attitudine al lavoro.
Ma in un mondo in cui tutto intorno ci spinge a sentirci giudicati, a non essere all’altezza (i social sono devastanti in questo senso: ci confrontiamo h24 con tutti con persone che “filtrano” la propria immagine o i propri pensieri per apparire meglio di quel che è) e ad avere solo noi stessi il peso della responsabilità di un fallimento, ho come la sensazione che le persone simili a me siano molte di più di quante si possa immaginare.
E allora ecco l’utilità dei gesti di affetto e del ripetersi che la vita è un test. Continuamente. E se sei tu la persona sotto pressione e non hai uno straccio di persona che ti dà una mano, si fa una e una sola cosa. Ci si trasforma esattamente nel tipo di persona che vorremmo avere vicino a noi in quel momento e si inizia a trattare gli altri esattamente come vorremmo essere trattati noi stessi. In quel modo attiri persone tue simili. Persone che si allenano come te a fare un buon lavoro. A creare una buona famiglia. Ad essere un buon genitore. Che si allenano a vegliare su un malato di tumore. Che si allenano ad essere un malato terminale. In quei momenti puoi allenare te stesso a lasciare un buon ricordo nelle persone che ami. O anche quelle che non ami. Oppure puoi allenare le persone intorno a spiegare come stai vivendo quei momenti. A spiegare loro come si fa a viverli meglio.
Da quando ho iniziato a pensare così (in termine tecnico: da quando ho operato questo reframing), ho iniziato a vincere.
Perché alla fin fine, nessun momento è decisivo. Nessun momento è così importante. Neanche la morte.