#30 – L’ultimo pistacchio

Sono goloso di pistacchi.
Dico davvero, per me sono come una droga.
Una sera ho incominciato a mangiarne parecchi, uno dopo l’altro. 
Sguscia e mangia, sguscia e mangia, sguscia e mangia.
Finché non sono arrivato all’ultimo.
Sguscio, mangio, ma c’è una brutta sorpresa.
L’ultimo pistacchio aveva un saporaccio, aveva proprio un gusto cattivo.
Che mentre cercavo di levarmi di bocca quel dannato sapore, ho pensato che, in fondo, quell’ultimo pistacchio è come la vita.
Cioè, che è così piena di cose buone cui non puoi farne a meno.
Che te le mangi di gusto, ininterrottamente, una dopo l’altra.
Poi ne becchi uno – anche solo uno, dannazione – che ti fa dimenticare gli 344 pistacchi che hai mangiato.
Quanto sono ordinari i 344 pistacchi…
E da allora ho pensato che scrivere (e vivere) ha a che fare con l’accendere d’attenzione l’ordinario.
Ha a che fare con la volontà di guardare ai 344 pistacchi.
Che questi nostri corpi, queste nostre menti, questi nostri cuori sono fatti per essere colpiti da spiacevoli straordinari.
Ce li ricordiamo di più, gli spiacevoli straordinari.
Paradossalmente dimentichiamo ciò che non vorremmo dimenticare.
E non dimentichiamo mai le cose che vorremmo cancellare, maledetti ultimi pistacchi.

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