#303 | Scimmiottare una normalità che non esiste più

Ieri sera ho visto stralci del Festival di Sanremo. Non si può scimmiottare una normalità che non esiste più: questa è la lezione che mi sono appuntato.
I presentatori, benché bravi e capaci, non erano sintonizzati sulla realtà della situazione che stiamo vivendo.
Uno spettacolo la cui frase sottintesa era. “Facciamo più o meno tutto come prima, come se non stesse succedendo niente”.

E invece negli ultimi 365 giorni è successo tutto.
Lo spazio della pura spensieratezza non può esserci. Deve esserci lo spazio per una spensieratezza intelligente. Un mix di serietà e leggerezza.

Neanche il mondo dello sport è riuscito a trovare il linguaggio giusto. Si fa tutto più o meno come sempre, si dicono più o meno sempre le cose che si dicevano prima di tutto questo incubo.

Il calcio non è riuscito, il ciclismo nemmeno. Come se ci fosse un gigantesco “Facciamo quello che facevamo prima come se nulla è accaduto”. Le cronache sono pressoché identiche.

BICITV non è riuscita, anche.
Bisogna fare autocritica.

Perché prima era come se esistessero due giornalismi: quelli “seri” che si occupavano di politica, economia, etc. e quelli “leggeri” che si occupavano di temi amorali (non immorali) quali sport, costume, gossip.
Temi la cui nocività è nulla, se presa ‘in piccole dosi”, altissima se invece se assunte ‘in grandi dosi”. Cioè, non c’è nulla di male nel guardare una partita di calcio, vedere Barbara d’Urso o leggere di una gara di ciclismo. Ma se la tua vita è ‘solo’ fare queste attività allora un problema esiste.

Ma oggi il paradigma è cambiato. Oggi non è più così.
Credo che chiunque faccia un mestiere che riguardi la comunicazione – compresa quella ‘leggera’ – debba fare un’operazione profonda di sintonizzazione sulla realtà, di documentazione su quanto sta accadendo, di ascolto.

E non può permettersi di mettere “tra parentesi” tutto il resto. Non si può. Altrimenti si assiste ad un effetto di straniamento come quello che ho avuto nel vedere il Festival di Sanremo.

Quando guardo il lavoro fatto di BICITV, ho quell’effetto di straniamento. E non mi piace.

E come si fa a trovare quel mix di leggerezza e di serietà?
Con la cultura. Una cultura di base di chi fa questi mestieri è assolutamente necessaria. Una capacità di ampliare i discorsi anche al di fuori della stretta nicchia del ciclismo. Portando qualità, in tutti i sensi.

Qui a BICITV siamo indietro, molto indietro.
Dobbiamo studiare, studiare e studiare ancora.

C’era una persona che, a mio modo vedere, nel nostro ambiente aveva quella rara capacità di bilanciare le due cose, cultura sportiva e cultura ‘altra’ – senza scadere nella retorica, nella noia e senza essere superficiale. Salvo Aiello.
Un peccato che un professionista così non sia più nel ciclismo.

Perché nel racconto del ciclismo rischiamo tremendamente di essere scollegati con la realtà oppure tremendamente retorici oppure condannati a nasconderci dietri ‘ciclismi ignoranti”, “ciclismi brutti”, stili alla Pio e Amedeo, con il disperato tentativo di dire di essere ignoranti per tentare di restituire un po’ di verità e di intelligenza.

Che non è male, come cosa, alla Lello Ferrara, per intenderci. Un unicum che nel contesto può servire. Ma che non può essere l’unica cosa. Altrimenti c’è lo straniamento dalla realtà dove quelli che erano professionisti continuano ad essere tali.

Fiorello e Amadeus sono stati bravissimi, formidabili. Ma lo erano nel mondo precedente.

Quella che stiamo vivendo è un’altra epoca.

Quello che stiamo disputando è un altro sport.
Noi di BICITV eravamo dignitosi, non bravi. Ci ‘potevamo stare’. Sei e mezzo, o giù di lì. Ma eravamo da sei e mezzo in quel mondo là, quando giocavamo quello sport là.

Ora siamo catapultati da un’altra parte.
E dobbiamo sbrigarci a crescere per non fare brutte figure.
Perché dobbiamo riempire con scampoli di verità questo sport a cui assistiamo dal vuoto di queste transenne, nel freddo gelido delle dirette, delle Live e di tutto il resto.

#ValerioVilla

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