#41 – Ciclismo da incubo

L’avete mai visto Canavacciuolo in Cucine da incubo?
Il canovaccio è standard.
C’è un ristorante sull’orlo del fallimento, lo chef arriva, guarda le cose che non vanno e poi aiuta i gestori a rilanciare il locale cambiando l’arredamento e, soprattutto, il menu del ristorante stesso. 
E quando racconta come rifare il menu si appella sempre a due principi: la ricerca della semplicità e la ricerca della dell’innovazione tenendo sempre presente la tradizione.
Quanto mi piacerebbe riuscire ad applicare questi principi a BICITV (e a tanti altri aspetti della vita, anche).
Quando guardo il ciclismo con respiro un po’ più ampio, mi sembra di essere dentro ad una cucina da incubo.
Ci sono un sacco di “si è sempre fatto così”, ma – peggio – un sacco di “bisogna cambiare tutto” presuntuosi senza l’umiltà del dover e saper conoscere il passato di uno sport più grande di noi.
E io? Come è la mia cucina?
In questa seconda categoria, quella più brutta, quella della via di mezzo.
Quella del ristorante che tenta di essere figo, ma che poi ha delle cadute di stile.
No, non ci siamo.
Come che ci sia quel continuo raccontare a me stesso una storia del tipo ‘Hey, sto cambiando il modo di raccontare il ciclismo’ quando invece non è vero.
C’è da lavorare.
C’è da semplificare.
C’è da concentrarsi sui sapori forti del ciclismo e proporli con forme nuove e intense.
Saper rinnovarsi tenendo fede alle tradizioni è un’arte che va praticata ogni giorno, nel ciclismo, come nella vita.
Per quanto so di essere al momento fuori strada, so che un giorno troverò quell’essenzialità e quella finezza di saper proporre solo quel serve, non un grammo di ciclismo in più, non uno in meno, in maniera ordinata e gradevole, leggera ma intensa.
Ma, a mia parziale giustificazione, mi affido a quel verso di Pessoa:
“Tento di essere, perché tentare è essere”. 
E allora meglio tentare che non tentare, meglio essere che non essere.

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