#67 – Lamentarsi

Immaginatevi la scena.
Io che ascolto il presidente della Ciclistica Trevigliese che mi spiega come si svilupperanno i campionati italiani crono a squadre e due telefonate che interrompono la conversazione, perché due squadre minacciano di boicottare la competizione per via del numero di atleti che si possono iscrivere per ogni team.
Ovviamente non sento cosa dice chi è dall’altra parte del telefono, ma il senso lo si intuisce dalle risposte.
Questa scena l’ho vissuta mille volte.
Quella della critica subita dall’organizzatore su questioni sulle quali non può farci niente.
Ogni volta che vedo scene di questo genere, mi viene in mente il mio povero papà, subissato da telefonate ogni volta in cui organizzava qualcosa.
Si cerca di fare il meglio e poi, inevitabili, le critiche.
Naturalmente è la cosa più ovvia del mondo: chi fa le cose si becca le critiche e chi critica è quasi sempre qualcuno che non organizza niente.
Questo è il destino di noi che creiamo qualcosa dal niente.
Un tempo mi arrabbiavo, per questo.
Mi arrabbiavo perché mio papà dedicava tempo a persone che sapevano solo lamentarsi togliendolo alle persone care.
A me, quindi.
Ora non è così.
Adesso ascoltare le voci dei “si dovrebbe fare” mi rilassa mentre “faccio”.
Perché ho capito negli anni che troppi elogi rendono deboli.
Per andare avanti serve forza.
Servono ferite.
Servono critiche distruttive.
Lamentarsi di chi si lamenta è la stessa cosa che lamentarsi.
Vuol dire non migliorarsi, non affinarsi e rinchiudersi nella presunzione.
Lamentarsi è uccidere sé stessi.
Vuol dire togliersi la possibilità di dare e ricevere gioia.
E quando cominci a pensarla così, all’improvviso non esistono più critiche distruttive.
All’improvviso – anche il commento più stupido – è costruttivo.
Sempre.
E ti fa diventare più dolce.
Più morbido.
E magicamente – chissà perché – le cose che fai sono sempre più belle.
Sempre più intense.
Sempre più sagge.

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